A MESSINA, DOVE SI COSTRUISCONO MODELLI
Dalle persone uscite dagli OPG al Birrificio Messina, fino al Polo Olivettiano di Roccavaldina: il racconto di un sistema che mira a trasformare i problemi in opportunità.
Ci sono luoghi nei quali torni volentieri perché hai la sensazione che, nel frattempo, siano cambiate delle cose. Non soltanto perché sono nati nuovi progetti, ma perché qualcuno continua ostinatamente a dimostrare che un altro modo di fare sviluppo è possibile.
[La vista dalla fabbrica di bioplastiche a Roccavaldina in provincia di Messina]
Ho conosciuto Gaetano Giunta qualche anno fa, durante il viaggio in Italia che realizzai con il Post per il progetto Strade Blu. Insieme a Tommaso Merighi arrivammo anche a Messina per raccontare una storia che considero ancora oggi una delle più sorprendenti che mi sia capitato di incontrare.
Era la storia di cinquantanove internati dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto che, nel 2010, uscirono da quello che rischiava di trasformarsi in un ergastolo bianco. Tornarono liberi perché qualcuno si impegnò per realizzare le condizioni della loro libertà: una casa, un lavoro, una rete di relazioni. Le risorse che sarebbero servite a mantenerli rinchiusi furono trasformate in imprese sociali, lavoro e impianti fotovoltaici destinati a dare vita a una delle prime comunità energetiche realizzate in Italia. Era un modo completamente diverso di immaginare il welfare.
In quei giorni capii che la Fondazione di Comunità di Messina non funzionava come gran parte degli enti del Terzo settore che avevo conosciuto fino ad allora. Giunta ripeteva spesso una frase che mi è rimasta impressa: «Noi non finanziamo progetti, costruiamo modelli». Tornando oggi a trovarlo, credo di averne capito ancora meglio il significato. Un progetto può esaurirsi quando finiscono i finanziamenti. Un modello, invece, continua a produrre effetti: genera lavoro, crea relazioni, mette in moto altre iniziative.
La cosa più interessante è che, negli anni, ogni esperienza è diventata il punto di partenza della successiva. A Messina non si sono limitati a risolvere problemi. Hanno costruito un sistema capace di affrontare anche quelli nuovi.
Il Birrificio Messina è un esempio di questo metodo. Nato dal coraggio degli operai che decisero di rilevare l’azienda dopo il fallimento, è diventato uno dei casi più riusciti di workers buyout italiani. Oggi quella realtà non è più soltanto una fabbrica che produce birra. Oggi produce anche la materia prima di un’altra filiera. Le trebbie, che rappresentano circa il venti per cento della produzione di ogni cotta e che normalmente sono considerate uno scarto, diventano il punto di partenza di un nuovo processo industriale.
[Gaetano Giunta]
È quello che succede a Roccavaldina, piccolo paese dell’entroterra messinese dove la Fondazione ha realizzato il Polo Olivettiano.
Il nome richiama Adriano Olivetti, ma non è una citazione nostalgica. È una dichiarazione di metodo. Impresa, cultura, innovazione tecnologica e responsabilità sociale vengono pensate come parti della stessa idea di sviluppo. All’ingresso due sue frasi sembrano indicare la direzione: «Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci» e «Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica».
Il polo sorge in una fabbrica dismessa, affacciata sulle colline che guardano il mare. È difficile trovare un luogo che rappresenti meglio l’idea di rigenerazione. Qui le parole che ascoltiamo continuamente — economia circolare, transizione energetica, sostenibilità — smettono di essere slogan e diventano cose concrete.
Dentro un capannone le trebbie del Birrificio Messina vengono trasformate in bioplastiche biodegradabili grazie al progetto europeo LIFE RESTART. Uno scarto diventa materia prima. Presto la stessa tecnologia verrà applicata anche agli scarti della lavorazione delle olive, delle viti, degli agrumi e di altre produzioni agricole del territorio. Quello che ieri era un costo di smaltimento diventa una nuova materia prima.
Nello stesso complesso trovano spazio: un centro dedicato ai cambiamenti climatici, una comunità energetica, laboratori di stampa 3D, un pastificio che recupera antiche varietà di grano siciliano, spazi di ricerca e formazione, nuove imprese.
Potrebbe sembrare un elenco di iniziative molto diverse tra loro. In realtà sono pezzi dello stesso disegno.
Giunta ha imparato a usare un’espressione che all’inizio mi sembrava curiosa: design delle soluzioni. Significa progettare interventi capaci di affrontare contemporaneamente problemi differenti. Gli scarti agricoli riducono il proprio impatto ambientale diventando nuovi materiali. Una fabbrica abbandonata torna a produrre lavoro. I pannelli fotovoltaici non alimentano soltanto gli impianti industriali, ma diventano il cuore di una comunità energetica che redistribuisce benefici all’intero territorio. Gli utili non vengono estratti, ma reinvestiti per finanziare nuovi progetti sociali. Ogni tassello rafforza gli altri.
È la stessa logica con cui la Fondazione promuove il recupero delle eccedenze alimentari attraverso Fondazione Valore, trasformando ciò che rischierebbe di essere sprecato in una risorsa per le persone più fragili. Oppure la ricerca di contrastare l’abbandono delle aree interne e quello, meno visibile ma altrettanto grave, dei ragazzi che continuano formalmente ad andare a scuola senza trovare davvero un posto nel proprio futuro.
Qui la sostenibilità non è uno slogan. È il modo con cui si prendono le decisioni.
Anche l’arte - come sempre nei progetti di Gaetano Giunta - entra a far parte di questo sistema. Agostino Ferrari ha realizzato per il Polo Olivettiano: Maternità, un’opera costruita su pannelli fotovoltaici. È, letteralmente, un’opera che produce energia. «Non ho decorato un impianto», ha detto. «Ho fatto un’opera.» È un’immagine perfetta di quello che succede a Roccavaldina: anche l’energia diventa cultura e la cultura contribuisce a produrre energia.
[Maternità, di Agostino Ferrari]
Ripensando alla frase che Giunta mi disse anni fa, mi sembra di comprenderla meglio. Costruire modelli significa questo: mettere in relazione persone, imprese, ricerca, arte, welfare e ambiente, fino a farli diventare un unico organismo. Non si inseguono i trend del momento, ma si prova a modificarli. È un’ambizione enorme. Tornando qui, dopo un po’ di tempo, la sensazione è che questo sistema continui a crescere senza fare troppo rumore. Ed è forse proprio questa la sua forza: mentre altrove si discute di sviluppo sostenibile, qui qualcuno continua semplicemente a praticarlo.



