IL DELUCHISMO NON È UN MISTERO
Il consenso di Vincenzo De Luca non si spiega solo con il populismo, ma con un rapporto diretto costruito in decenni di potere amministrativo, conflitto politico e radicamento sociale.
Masaniello, il cui vero nome era Tommaso Aniello d’Amalfi, fu il capo della rivolta popolare scoppiata a Napoli nel 1647 contro il dominio spagnolo e soprattutto contro le tasse imposte dal viceré. Per alcuni giorni guidò un’insurrezione plebea che mise in crisi il potere spagnolo e lo trasformò in un simbolo storico delle rivolte popolari meridionali. La sua figura è rimasta nell’immaginario italiano come emblema del ribelle del popolo.
Per molto tempo, nella politica italiana, “Masaniello” è stato una definizione dispregiativa. Oggi, dopo l’affermarsi di un partito guidato da un comico e dopo anni di populismo della destra radicale, essere definiti così dovrebbe quasi essere considerato un complimento. Significa avere un rapporto diretto, a volte tumultuoso, con il proprio popolo.
Il caso di Vincenzo De Luca non può essere spiegato soltanto attraverso categorie moralistiche o caricaturali. Non è un Masaniello, ma da anni ha un rapporto diretto, passionale e profondo con il proprio elettorato.
Certo: l’imitazione di Maurizio Crozza ha amplificato enormemente la sua popolarità. Ma la satira arriva dopo il personaggio. Prima ci sono state le dirette Facebook durante il Covid, il linguaggio aggressivo, le battute, la teatralità meridionale trasformata in comunicazione politica permanente e innovativa. De Luca è diventato quasi un rapper della politica contemporanea: ritmo, invettiva, slogan, aggressione verbale, capacità di occupare lo spazio pubblico.
Ma il “deluchismo” non nasce dalla comunicazione. Nasce dalla prassi e da una forma di potere politico stratificata nel tempo.
De Luca interpreta una tradizione antica del Mezzogiorno italiano: quella del “capopopolo amministratore”. Una figura che non coincide né con il notabile né con il leader ideologico. Sta a metà tra il sindaco autoritario, il governatore pragmatico e il tribuno popolare. In questo senso la sua storia politica — nata nel Partito Comunista Italiano e attraversata poi da tutta la trasformazione della sinistra italiana — conta moltissimo.
De Luca appartiene, in forme nuove e profondamente mutate, a una lunga tradizione di dirigenti meridionali della sinistra. Figure come Maurizio Valenzi, Pio La Torre, Napoleone Colajanni. Naturalmente la struttura politica è diversa e il suo forte incardinamento nel potere amministrativo locale lo rende distante da quelle esperienze. Ma la scuola politica — il rapporto fisico con il territorio, il conflitto, l’idea di popolo — è quella.
Uomo di straordinario fiuto politico, De Luca ha imparato molto nella lunga lotta con Antonio Bassolino, contro il quale ha quasi sempre perso sul piano degli equilibri interni. Bassolino è più raffinato, più rotondo, più capace di costruire sintesi culturali e politiche. Ma quando serviva sapeva essere altrettanto duro e implacabile.
Io non sono un “deluchiano”. Non assolvo tutto e non nego gli elementi problematici del personaggio: l’eccesso di personalizzazione, i modi aggressivi, il rapporto spesso conflittuale con il partito, una concezione molto verticale del comando. Ma credo che la sinistra nazionale sbagli profondamente — politicamente e culturalmente — a sottovalutare il radicamento reale di De Luca non soltanto nella sua Salerno, ma nell’intera società campana.
Quella di De Luca non è una leadership costruita artificialmente da gruppi dirigenti, da comitati d’affari o da soggetti estranei alla realtà sociale del territorio. Anzi, per certi versi è il contrario: è De Luca che crea uno spazio politico dentro il quale reti di potere, interessi, ceti amministrativi e pezzi di società si organizzano. Il centro del sistema resta lui.
In trent’anni De Luca ha costruito un rapporto diretto con il territorio soprattutto attraverso due elementi: capacità amministrativa e presenza continua sui problemi concreti. Strade, ospedali, trasporti, scuole, rifiuti, sicurezza urbana. Temi molto materiali, molto quotidiani.
Per questo ridurre tutto al clientelismo non basta a spiegare il fenomeno. Naturalmente in Campania — come in molte regioni italiane — il rapporto tra politica, amministrazione e reti di consenso locale è importante. Ma il consenso di De Luca sarebbe incomprensibile se fosse soltanto questo. Anche perché altri politici campani hanno avuto apparati, relazioni e potere amministrativo senza riuscire a costruire una leadership tanto solida e duratura.
C’è poi un altro punto importante. De Luca ha intercettato prima di altri alcune domande popolari che una parte della sinistra tendeva a rimuovere o a considerare imbarazzanti. Il caso più evidente è quello della sicurezza urbana. Non ha sempre ragione nei toni o nelle soluzioni, ma ha capito l’esistenza di un problema reale mentre pezzi del Partito Democratico tendevano a liquidarlo come semplice populismo o deriva autoritaria.
Da anni De Luca è molto più forte del suo partito. È un leader autonomo che usa il partito senza coincidere con esso. E il fatto che abbia ottenuto risultati enormi anche in una competizione sostanzialmente personale dimostra che il PD dovrebbe fare i conti con questo fenomeno in modo più aperto e meno ideologico.
Il Partito Democratico non può rimuovere dalla propria analisi il fenomeno De Luca. Anche perché il successo politico costruito intorno alla sua figura racconta pure le difficoltà di una parte della sinistra italiana: sempre più lontana dalla capacità di leggere concretamente le realtà sociali e sempre più incline a rifugiarsi in interpretazioni moralistiche o identitarie.
Condivido una recente osservazione di Umberto Ranieri: un leader che raccoglie consenso in modo così stabile e per un tempo così lungo non può essere spiegato soltanto attraverso il clientelismo o le reti di potere. Se continui a vincere per decenni — persino contro il tuo stesso partito e senza simboli — significa che esiste un rapporto politico reale con una parte della società.
Ignorarlo o ridurlo a folklore impedisce di capire cosa stia succedendo nel Mezzogiorno e nella sinistra italiana.
Infine c’è una questione decisiva: il tempo politico. La forza del “deluchismo” è quasi interamente personale. Ed è qui che emerge il vero problema: la successione.
Ho l’impressione che De Luca non si sia nemmeno posto il problema di costruire una classe dirigente autonoma dalla propria figura. Molti dirigenti del centrosinistra italiano parlano soprattutto ai ceti urbani istruiti. De Luca invece continua a parlare a pezzi di popolo meridionale che chiedono protezione, presenza dello Stato, concretezza amministrativa e perfino una certa rudezza del comando. È una leadership che piace poco alle élite culturali italiane, ma che continua a funzionare elettoralmente.
Oggi molti si sorprendono della forza di De Luca. Ma il vero problema che il PD dovrebbe porsi è cosa resterà dopo di lui. E soprattutto se esista ancora, nella sinistra italiana, la capacità di costruire un rapporto popolare reale sporcandosi le mani nella politica concreta, tra le persone, invece che restare chiusi negli uffici romani a valutare con la matita rossa e blu i discorsi del sindaco di Salerno.

