UNA DOMANDA CHIAMATA DE LUCA
De Luca non è la soluzione ai problemi del centrosinistra. Ma liquidare il suo consenso come una semplice anomalia rischia di impedire le domande più importanti.
Ho letto con attenzione la riflessione di Gianfranco Nappi a proposito di questo mio post sulla vittoria elettorale di Vincenso De Luca a Salerno. Conosco Gianfranco da un numero inconfessabile di anni, ne rispetto la cultura politica e l’intelligenza critica. Inoltre vive in Campania e osserva quella realtà da una posizione che gli consente di analizzare con precisione una quantità di cose che a me sfuggono. Proprio per questo considero il suo intervento interessante e che merita una risposta.
Partirei dalla domanda più importante che pone: se il fenomeno De Luca è così significativo, perché non è diventato un simbolo del Partito Democratico? Perché continua a suscitare resistenze, opposizioni e persino ostilità dentro il suo stesso partito?
La mia risposta è semplice: perché oggi il Partito Democratico fatica a esprimere un emblema condiviso. Non ha una figura capace di incarnare, da sola, una visione politica, ideale e morale del centrosinistra italiano.
Elly Schlein sta tentando con generosità, passione e coraggio di definire una linea nuova. Ma possiamo davvero dire che quel progetto sia già diventato egemonico nel paese o anche solo nel partito? Possiamo sostenere che abbia trovato una proposta politica forte e convincente per una parte maggioritaria degli italiani? Non credo. E penso che una parte delle difficoltà del PD stia proprio qui: nella distanza tra una proposta spesso percepita come astratta e la domanda concreta di rappresentanza che arriva dalla società.
Questo non significa affatto che De Luca debba diventare il modello del centrosinistra. Sarebbe una conclusione sbagliata quanto quella opposta che lo trasforma nel simbolo di ogni degenerazione della politica.
Il mio ragionamento era più semplice. Se una personalità riesce a raccogliere consenso per trent’anni, se continua a vincere elezioni in condizioni difficili, se conserva un rapporto diretto con una parte significativa della società, forse vale la pena interrogarsi sulle ragioni di quel consenso invece di archiviarlo come una patologia politica.
Nappi definisce questo rapporto come una forma di populismo. È un concetto che va maneggiato con prudenza. Per chi proviene dalla tradizione del movimento operaio e del PCI, il populismo è sempre stato un termine problematico. Ma se per populismo intendiamo la capacità di parlare un linguaggio comprensibile, di costruire empatia, di utilizzare registri comunicativi efficaci, allora dovremmo applicare la categoria a una parte enorme della storia della sinistra.
Penso a Pier Luigi Bersani, che attraverso metafore e racconti popolari ha costruito una cifra comunicativa inconfondibile. Penso al nostro Nichi Vendola, che ha governato la Puglia raccogliendo un consenso vastissimo anche grazie a straordinarie qualità oratorie. Sono populisti? Non credo. Sono politici che hanno saputo costruire un rapporto diretto con settori larghi della società senza rinunciare alla complessità della politica.
La politica non è soltanto elaborazione teorica. È anche capacità di persuadere, di mobilitare, di ottenere fiducia.
Trovo invece molto interessante un’altra osservazione di Nappi: quella relativa alla trasformazione dei partiti in reti personali di consenso. Qui c’è certamente una parte di verità. Ma siamo sicuri che si tratti di un fenomeno soltanto campano o soltanto deluchiano?
A me sembra qualcosa di molto più generale.
La morte dei partiti di massa e il progressivo smantellamento delle forme organizzate della partecipazione hanno prodotto ovunque sistemi fondati sulle persone più che sulle strutture collettive. Il cedimento culturale alla retorica antipolitica, culminato nell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e nella vittoria della propaganda grillina, ha avuto conseguenze profonde.
Oggi chi può permettersi di fare politica? Chi può investire anni della propria vita nella formazione, nell’imparare le basi dell’organizzazione di una forza politica moderna, nel confronto collettivo, senza disporre di risorse personali o di reti di sostegno?
La verità è che abbiamo riportato la partecipazione politica a condizioni che ricordano, per molti aspetti, quelle precedenti alla Prima guerra mondiale. E dentro questo vuoto sono cresciute inevitabilmente leadership personali, reti di fedeltà e forme di organizzazione fondate più sulle relazioni che sulle culture politiche.
Non sto dicendo che sia un bene. Sto dicendo che il problema è più grande di De Luca.
Anche quando Nappi descrive una politica diventata strumento di autoconservazione del potere, non riesco a condividere fino in fondo la sua conclusione. Non perché quel rischio non esista. Esiste eccome. Ma perché mi chiedo sempre quale sia l’alternativa concreta.
Se l’obiettivo è vincere le elezioni, quanto devono essere strette o larghe le maglie del consenso? Dove si colloca il confine tra capacità inclusiva e trasformismo? Tra rappresentanza sociale e semplice gestione del potere?
Il confine della legalità, della correttezza amministrativa e della lotta alla corruzione deve essere invalicabile. Su questo non esistono sfumature. Ma la sinistra italiana, in alcuni passaggi della propria storia recente, ha finito per confondere l’esigenza di rigore con una forma di autosufficienza morale che l’ha progressivamente confinata, come si è detto talvolta con disprezzo, nelle ZTL dei grandi centri urbani.
L’alterità è un valore. L’autoreferenzialità no.
Anche sul bilancio di governo della Campania credo che il quadro sia più contraddittorio di come viene descritto. Esistono problemi enormi e sarebbe irresponsabile negarli. Ma allo stesso tempo non credo sia possibile raccontare la Campania degli ultimi dieci anni come una storia esclusivamente di arretramento. Napoli è diventata una città più attrattiva, più dinamica, con più prestigio sul piano internazionale. Non tutto questo dipende da De Luca, naturalmente. Ma è un processo che non può nemmeno essere ignorato.
Per questo continuo a pensare che il consenso di De Luca rappresenti una domanda politica che merita di essere compresa.
Non perché il PD debba trasformarsi nel deluchismo.
Ma perché la critica rischia talvolta di assumere i tratti di quella che Antonio Gramsci definiva la “mosca cocchiera”: l’illusione di poter guidare il movimento della storia senza misurarsi davvero con i rapporti di forza reali, con le contraddizioni della società e con la necessità di costruire consenso.
Gramsci scriveva che ogni individuo che prescinda da una volontà collettiva e non cerchi di crearla, suscitarla, estenderla, rafforzarla e organizzarla è soltanto una mosca cocchiera, un profeta disarmato, un fuoco fatuo.
Non penso che De Luca rappresenti la soluzione ai problemi del centrosinistra. Mi chiedo però se il centrosinistra abbia oggi una proposta altrettanto capace di organizzare una volontà collettiva, di parlare a mondi sociali diversi e di trasformare il consenso in forza politica. Finché questa risposta non arriverà, il fenomeno De Luca continuerà a essere una domanda aperta. E liquidarlo come una degenerazione della politica rischia di impedire proprio quella riflessione che sarebbe più necessaria.

